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Collegio San Carlo - Via San Carlo, 5

Apologia breve del visual (neuro)storytelling

Le recenti acquisizioni neuroscientifiche e la loro applicazione in ambito estetico e narratologico offrono un’ulteriore spiegazione alla massiccia diffusione delle immagini avvenuta negli ultimi decenni anche a livello narrativo e ci permettono di comprendere ancora più a fondo il motivo e il modo in cui veniamo catturati dalle rappresentazioni iconiche: esse attivano meccanismi di simulazione incarnata (embodied simulation) delle azioni, delle emozioni e delle sensazioni corporee in esse raffigurate, garantendo un’esperienza immersiva più ‘diretta’, rispetto alla sola lettura di un testo verbale. Il visual storytelling è pertanto considerato una tipologia narrativa proto-adamitica rispetto a quella verbale, in quanto rappresenta una dotazione biologica e cognitiva disponibile all’uomo per trasmettere concetti in maniera semplificata o più emozionalmente attraente; di contro, è provato che quando leggiamo un testo trasformiamo in immagini i concetti, esattamente come accade nelle metafore. Esistono diversi studi sperimentali che mostrano le potenzialità del visual storytelling per lo sviluppo di alcune capacità, in particolare competenza inferenziale-predittiva-esplicativa; pensiero critico; empatia e transportation; pensiero sequenziale; etichettatura di frames e scripts; memoria e apprendimento. 

Ne parla Stefano Calabrese, docente ordinario di Semiotica del testo presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e insegna Semiotica presso l’università IULM di Milano

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